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L’autonomia differenziata? Un pericolo per la sanità pubblica

L’autonomia differenziata? Un pericolo per la sanità pubblica
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Vivere in un piccolo paese ha i suoi vantaggi rispetto alla metropoli, è per questo che, dopo più di vent’anni passati in quel di Roma, ho deciso di "emigrare” cercando pace e tranquillità in un contesto più a dimensione d’uomo.

Questo non significa che i problemi o le discussioni siano assenti, al pari delle grandi città (basta vedere le ultime elezioni e gli strascichi polemici che le hanno accompagnate), ma tutto sommato la vita scorre più tranquilla rispetto al grosso agglomerato urbano. Con ritmi meno cadenzati.

Ma a breve dovremo fare i conti con qualcosa che, anche a livello di piccola realtà urbana, toccherà tutti quanti. Mi riferisco all’autonomia differenziata e a ciò che l’accompagnerà, in particolare la nostra salute. Di temi inerenti la salute me ne sono occupato per anni a causa del mio precedente lavoro. E mi sembra giusto condividere la mia visione per mettere sull’avviso sia chi non ne avesse contezza sia chi invece già sta facendo i conti con le cose che non tornano.

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata, voluto dalla Lega, è stato approvato nelle scorse settimane, e molto probabilmente si arriverà ad un referendum in primavera 2025.

Cos’è l’autonomia differenziata?
L’autonomia differenziata non è altro che il riconoscimento, da parte dello Stato, dell’attribuzione a una regione a statuto ordinario di autonomia legislativa sulle materie di competenza concorrente.

Si intendono materie di competenza concorrente materie di competenza sia statale che regionale, contenute nella Costituzione, per le quali le Regioni potranno legiferare là dove lo Stato non lo abbia fatto.

Le materie in questione riguardano:

i rapporti internazionali e con l'Unione europea, il commercio con l'estero, la tutela e sicurezza del lavoro, l'istruzione, le professioni, la ricercascientifica e tecnologica, la tutela della salute, l'alimentazione, l'ordinamento sportivo, la protezione civile, il governo del territorio, i porti e gli aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la comunicazione, l'energia, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la cultura e l'ambiente, le casse di risparmio e gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Per quel che riguarda l’assistenza sanitaria (la parte che mi interessa e dovrebbe interessare voi che leggete), la misura permetterà alle singole Regioni non soltanto di pianificare ed erogare i servizi sanitari, ma anche di stabilire i principi fondamentali e gli obiettivi da raggiungere sui rispettivi territori.

Un compito che è rimasto comunque nelle mani dello Stato è quello di definire i Livelli essenziali di assistenza, cioè quali prestazioni debbano rientrare nel pacchetto minimo che ogni Regione è tenuta ad assicurare ai propri residenti. Già prima dell’autonomia i risultati erano tutt’altro che omogenei. Senza dimenticare la differenza nella spesa sanitaria sostenuta dall’Italia (6,8 per cento del prodotto interno lordo) e la media degli altri Paesi europei (otto per cento).

Figuratevi adesso che al tutto si aggiunge la parte relativa al federalismo fiscale, che permetterebbe a ogni ente territoriale di trattenere le entrate derivanti dalle tasse pagate dai rispettivi cittadini.

Le due misure – la mancata redistribuzione del gettito fiscale proveniente dalle Regioni su scala nazionale e la definizione della programmazione sanitaria su base regionale – rischiano infatti di minare la tenuta di un servizio sanitario come quello italiano, che già ora presenta notevoli disuguaglianze nell’accesso alle cure e nei loro esiti, ampliando il divario tra il Nord e il Sud del Paese.

Come molti sanno, attualmente ci si sposta – soprattutto dalle Regioni del Sud verso quelle del Nord – per trovare altrove risposta a dei problemi sanitari per i quali spesso non è possibile ottenere una risposta a pochi chilometri dalla propria residenza. Se non in assoluto, quanto meno in maniera tempestiva.

Un problema che spinge molti italiani a partire, per affidarsi al Servizio sanitario nazionale o alla sanità privata.Quindi la rinuncia alle cure (per i costi eccessivi o per i lunghi tempi di attesa) e la migrazione, realtà già consolidate nel nostro Paese, con l’autonomia differenziata aumenteranno.

L'altro grosso rischio è rappresentato “dalla concorrenza dannosa tra gli operatori sanitari”. Che rischia di peggiorare il problema delle liste di attesa. L’attuale tetto di spesa imposto a livello centrale per l’assunzione del personale infatti non si applicherebbe alle Regioni autonome. Questo consentirebbe loro di offrire una retribuzione migliore al personale sanitario. Ovviamente chi se lo può permettere? Le regioni del nord, che hanno più risorse.

Il che creerebbe uno squilibrio: con medici, infermieri, operatori sociosanitari, biologi, farmacisti e psicologi ospedalieri incentivati a lavorare nelle aree più ricche del Paese. Tenete presente che in Italia non c’è carenza di medici (abbiamo un rapporto medici/popolazione fra i migliori d’Europa). C’è solo il problema che molti di questi medici non trovano attrattivo lavorare per la sanità pubblica, vuoi per il carico di lavoro (con turni massacranti) vuoi per gli stipendi non adeguati.

Perchè vi ho fatto tutto questo “pippone”?

Dato che molto probabilmente il decreto legge sarà sottoposto al vaglio di un referendum (diverse regioni si stanno attrezzando in tal senso attraverso la raccolta firme), se ci dovessero chiedere un voto in tal senso, quello che vi chiedo è di pensarci bene. Come dire…mettetevi una mano sulla coscienza. Fate come alle ultime elezioni comunali: PARTECIPATE!

Mai come in questa situazione il nostro voto di coscienza (una cosa impalpabile) sarebbe invece strettamente collegato ad un vantaggio pragmatico, che si può toccare con mano: la nostra salute, che altrimenti sarebbe seriamente messa in crisi. Anche in una piccola realtà come Monterosi.

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