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Non in mio nome: il movimento LGBT italiano non può giustificare Hamas

Non in mio nome: il movimento LGBT italiano non può giustificare Hamas
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Questo sarà un editoriale diverso dagli altri: come persona apertamente omosessuale, provo vergogna per Arcigay nazionale. Perché in un momento storico in cui serve lucidità, ha deciso di schierarsi contro Israele, accusandolo apertamente – in un post sui social network – di fare “uso strumentale dei diritti LGBTQIA+ come alibi per giustificare politiche genocide e belliche”. Un’affermazione gravissima, indegna di una realtà che dice di rappresentare una comunità fatta di storie, identità e lotte complesse. La principale e più nota associazione LGBTQ+ italiana non solo ha così scelto da che parte stare, ma lo ha fatto con parole che delegittimano chi, dentro e fuori la comunità che intende rappresentare, sostiene lo Stato di Israele, la sua esistenza, la sua democrazia. E oggi chiunque porti una bandiera israeliana in un Pride si ritrova isolato, attaccato, ridotto al silenzio.

Lo dimostra quello che è accaduto a Napoli alla grande parata del 5 luglio, lo dimostrano episodi gravissimi successi nei pride di Roma, di Prato e di Milano. Tutto perché tra chi voleva partecipare ci sono realtà che non nascondono la loro solidarietà con Israele e il loro rifiuto di ogni ambiguità verso Hamas. La polemica non è di contorno: rischia di compromettere la credibilità stessa del Pride, trasformandolo da simbolo di lotta condivisa a terreno di scontro ideologico. Trasformandolo da luce accesa contro chi vuole mettere sotto il tappeto le diversità a momenti in cui alcune diversità vengono censurate. Alcune associazioni hanno già annunciato che non parteciperanno, mentre altre minacciano di sfilare con simboli palestinesi, nella totale indifferenza verso ciò che succede davvero nei territori che dicono di voler difendere.

Perché è questo il punto. Chi sventola la bandiera palestinese a un Pride, spesso lo fa ignorando – o scegliendo di ignorare – che in Palestina l’omosessualità è un crimine, che chi è gay, lesbica, trans rischia l’arresto, il linciaggio. Non ci sono Pride a Gaza. Non ci sono diritti. Non c’è libertà. E chi prova a scappare, spesso cerca rifugio proprio in Israele: l’unico Stato del Medio Oriente dove esistono leggi a tutela delle persone LGBTQ+, dove si può amare liberamente, dove si può perfino manifestare contro il proprio governo senza finire in carcere.

Questo non è “pinkwashing”. Questo è un dato di realtà. E chi ha il coraggio di portare una bandiera israeliana in un Pride italiano oggi, lo fa con dignità e coerenza. Lo fa sapendo di sfidare un clima sempre più ostile, dominato da slogan prefabbricati, dove il nemico non è chi reprime i diritti, ma chi li garantisce e osa rivendicarli. Non è Israele a essere fuori posto nei Pride. È chi vuole escluderlo.

Io sto con chi difende il diritto di manifestare anche con la stella di David. Sto con chi non accetta che la lotta per i diritti diventi l’alibi per giustificare l’odio. Sto con chi ha il coraggio di non abbassare la testa di fronte a chi strumentalizza la causa LGBTQ+ per fare propaganda politica a senso unico. Arcigay ha scelto di voltare le spalle a una parte della nostra comunità, ad associazioni, ai suoi iscritti. È una scelta politica chiara. E sbagliata.

Non lo fanno in mio nome, né in quello delle tante associazioni e persone LGBT che la pensano diversamente.
Chi grida al genocidio, chi giustifica Hamas, chi pretende di decidere chi può sfilare e chi no, non rappresenta la nostra lotta. E soprattutto, non rappresenta la nostra libertà.

Difendere Israele oggi significa anche difendere un’idea di civiltà: quella che protegge i diritti individuali, la dignità delle minoranze, la libertà di esprimersi e di amare. Significa stare dalla parte di chi costruisce rifugi per proteggere i bambini, non di chi li usa come scudi umani. Significa denunciare senza ambiguità l’orrore di un terrorismo che cresce i propri figli educandoli al martirio e all’odio, e lo fa nel nome di un fanatismo che considera la nostra stessa esistenza una colpa.

Io sto con Israele perché non accetta il ricatto, perché non svende i diritti in nome del consenso, perché crede che la vita valga più della morte. E chi oggi, dentro il movimento LGBT, preferisce schierarsi con chi calpesta le libertà, dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi da che parte davvero vuole stare. Perché la libertà o è di tutti, o non è.

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