Il Trecentenario di Santa Croce e il silenzio sull’altare di Mario Agrestini
Ci sono silenzi che fanno rumore. Ieri sera, nella chiesa di Santa Croce, durante la celebrazione del Trecentenario, quel silenzio ha avuto il peso di una ferita. A rimanere senza voce, questa volta, è stato il nome di Mario Agrestini. Ottantadue anni, storico, artista, cittadino illustre, Agrestini ha dedicato e dedica la vita alla sua comunità. Venticinque anni fa, con le sue mani e a sue spese, realizzò il retro dell’altare, impreziosendolo con anche oro zecchino: un dono, non un’opera di vanità. Un gesto di amore puro verso la propria chiesa, verso Monterosi.
Fu lui, molti anni fa, a impedire che l’antico altare del Settecento venisse smontato e distrutto. Con documenti storici, testimonianze e autorizzazioni dimostrò che su quell’altare avevano celebrato papi e cardinali. Lo salvò, letteralmente, dalla scomparsa. Per oltre mezzo secolo è stato presente in ogni momento della vita della parrocchia: nei presepi viventi, nelle rievocazioni storiche, nelle ricerche sui santi di Monterosi. Sempre accanto ai parroci, ai fedeli, ai giovani. Sempre con umiltà e dedizione.
Ieri 7 novembre, alle 19, all’interno della chiesa, alla presenza del parroco don Edgar Trujillo e del sindaco Sandro Giglietti, alcuni giovani hanno raccontato la storia della parrocchia, i suoi cambiamenti, i restauri, le opere che nei secoli l’hanno resa uno dei simboli più identitari di Monterosi. Ma tra tutte quelle opere, una non è stata nominata: proprio quella donata da Mario Agrestini.
Nessuno ha pronunciato il suo nome. E quando lo ha scoperto, lui ha pianto. Ha pianto non per orgoglio, ma per dolore. Perché essere dimenticati, dopo una vita di amore e servizio, è la forma più ingiusta del silenzio. Ci ha parlato con la voce rotta dall’emozione. E più di una persona, tra i presenti, gli ha telefonato per chiedergli: “Ma perché non ti hanno citato?”.
Perché togliere voce a chi ha dato tutto in silenzio, perché cancellare un pezzo di storia viva del paese? Perché nascondere il nome di un uomo di 82 anni che ha consacrato la sua vita alla comunità? Perché lasciare che pianga di dispiacere chi ha donato solo amore?
E c’è un altro aspetto, che molti fingono di non vedere: i “trecento anni” della chiesa di Santa Croce non sono ancora stati provati: le ricerche negli archivi del Vescovado, del Vaticano e delle antiche Abbazie dovevano ancora concludersi prima di fissare una data certa. E nessuno, sembrerebbe, ha ritenuto opportuno interpellare proprio Mario e Marco Agrestini.
Domande che pesano, e che meritano rispetto. Non cercano polemiche, ma verità. Perché la storia di una comunità non si misura solo nei secoli che celebra, ma nella gratitudine verso chi l’ha custodita con amore silenzioso. Ieri sera, qualcosa si è incrinato: il ricordo di un uomo è stato taciuto. Raccontarlo non è una polemica, è un atto di giustizia.